Luoghi da visitare:

L’Abbazia di San Nicola, uno degli edifici religiosi più monumentali d’Italia, fondata nel X secolo, prosperò nuovamente grazie agli Olivetani, che dal 1446 ottennero il possesso del priorato di Rodengo. Il complesso - proprietà del demanio dello Stato - è tornato nel 1969 in uso ai religiosi, che lo hanno restituito alla sua destinazione originaria. Ciò ha segnato l’inizio di un imponente restauro che ha riportato agli antichi splendori la chiesa, il chiostro del tardo Cinquecento a colonne combinate, il chiostrino rustico quattrocentesco, il refettorio, la galleria monumentale e le diverse sale che ospitano capolavori dei massimi esponenti artistici del Bresciano specialmente dei secoli XVI e XVII. Ospita un laboratorio per il restauro del libro.

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Nel cuore storico di Brescia sono presenti consistenti resti archeologici, relativi agli edifici monumentali dell’area capitolina della città antica. In età romana Brescia - Brixia - era infatti una delle città più importanti dell’Italia settentrionale. Il Capitolium era il tempio principale di ogni città romana ed era il simbolo stesso della cultura di Roma. In esso era attribuito il culto alla "triade capitolina” che erano le principali divinità del pantheon latino: Giove, Giunone e Minerva. Nello spazio antistante si radunavano i fedeli per le principali cerimonie e venivano compiuti i sacrifici. Oggi è possibile entrare nel tempio e vedere le parti originali della sua decorazione e dell'arredo delle grandi celle. Al suo interno si conservano ancora i pavimenti originali, in lastre di marmi colorati, disposte a formare motivi geometrici (opus sectile) risalenti al I secolo d.C. Oltre agli altari in pietra di Botticino, ritrovati qui nell'Ottocento, sono stati disposti all'interno delle celle, frammenti di statue di culto e di arredi. Il percorso di visita si apre con il racconto della lunga storia di quest'area, della sua scoperta e delle sue funzioni, in un'atmosfera suggestiva, nella quale immagini e voci accompagnano i visitatori nel tempo.

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Monte Orfano, presso rifugio Alpini, accesso da via Cominotti - 25033 Cologne

Ingresso libero. Nessuna prenotazione.

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Arroccato sul colle Cidneo, in un contesto naturalistico che rappresenta uno dei “polmoni verdi” della città, il Castello costituisce uno dei più affascinanti complessi fortificati d’Italia, in cui si possono ancora oggi leggere i segni delle diverse dominazioni. Il Mastio centrale, le imponenti mura merlate e il torrione narrano di un’influenza viscontea, mentre i possenti bastioni e l’ingresso monumentale con ponte levatoio testimoniano della potenza della Serenissima, che resse la città per più di quattro secoli.
Già teatro delle celebri Dieci Giornate di Brescia, il Castello ha oggi abbandonato ogni retaggio belligerante per offrirsi con i suoi pendii dolci e sinuosi alle passeggiate dei visitatori, che dal cuore della città vecchia, piazzetta Tito Speri, possono accedere alla sommità del colle attraverso il percorso di Contrada Sant’Urbano.

Il Mastio visconteo ospita il civico Museo delle Armi “Luigi Marzoli”, uno dei piú importanti d’Europa per la ricchezza delle sue collezioni d’armi e armature quattro-cinquecentesche e armi da fuoco sei-settecentesche.

Nel Grande Miglio ha sede il civico Museo del Risorgimento, che espone numerosi e significativi documenti, quadri, stampe d’epoca e cimeli storici.

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Posizione panoramica

Il luogo dove è ubicato il castello fa supporre che esso sia sorto sulle vestigia di un precedente castelliere preistorico. Sicuramente il sito era conosciuto dai romani. Il borgo, il cui nome potrebbe derivare da “capreulus” (capriolo) oppure dal casato dei Caprioli, viene citato per la prima volta in un documento datato 879.

Il castello fu edificato a cavallo fra IX e X secolo per essere poi dato in feudo alla famiglia Lantieri di Paratico. Insieme ai suoi omologhi di Muzziga, Palazzolo sull'Oglio, Paratico e Venzago, costituì una delle fortezze-caposaldo delle sanguinose lotte feudali a lungo protrattesi fra bergamaschi e bresciani per la conquista delle acque del fiume

Le truppe svizzere si stanziarono qui durante la guerra tra Francesi e Spagnoli. Nel 1516 Capriolo si trovò in mano all'esercito francese del Lautrech. Nel 1521 gli abitanti, avvertito l'incalzare delle truppe di Prospero Colonna, furono costretti a rifugisrsi sulle montagne. Otto anni dopo decisero di ribellarsi alle angherie degli imperiali e gettarono numerosi soldati in un burrone. Non si sa se vi fu rappresaglia da parte dei militari del re.

Nel 1610 il Da Lezze descrive la rocca come «derocata, antiqua e destrutta con le sue muraglie». La quale fu ceduta verso la fine del XVII secolo alle suore dell'isola delle Grazie di Venezia, che qui si trasferirono dimorando poi nel convento eretto nel 1692. Nel 1812 il luogo di preghiera passò alle monache Orsoline.

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Il castello si trova sul monte sovrastante l’abitato di Provaglio d’Iseo in località “Piano delle viti”; la sua posizione strategica è facilmente raggiungibile percorrendo i tracciati storici che salgono dalle contrade di Provaglio d’Iseo, Zurane e Gresine, oppure da Iseo, risalendo il monte e oltrepassando il santuario cinquecentesco della Madonna del Corno. L'area storico-archeologica è ad accesso libero e munita di pannelli esplicativi per i visitatori.

Il Catastico Bresciano di Giovanni Da Lezze (1609-1610) descrive il luogo come un castello diroccato.

Nel 1680 Padre Fulgenzio Rinaldi, storico delle memorie iseane, scrive che il castello di Provaglio fu bruciato e distrutto sul principio del ‘400 da Pandolfo Malatesta, signore di Brescia dal 1404 al 1421, durante le lotte contro i Visconti e i loro alleati Oldofredi.

Nel 1567, negli atti della visita pastorale del vescovo Bollani, fu registrata la chiesa di Sant’Ambrogio in castro, governata dal Comune e priva di beni; essendo diroccata veniva ordinato di ridurla a santella votiva.

Nel 1792 fu edificata la nuova parrocchiale di Provaglio, dedicata ai santi Pietro e Paolo, sul sito di una chiesa più antica intitolata a san Rocco; i provagliesi, volendo onorare il santo protettore dalle epidemie, decisero di dedicargli la santella che emergeva dalle rovine del vetusto castello.

La chiesa di San Rocco venne inaugurata il 16 agosto 1868. La struttura della chiesetta, ad aula unica, presenta anomalie sia nella pianta, sia nello spessore di alcune murature che confermano l’ipotesi di una costruzione su antiche preesistenze.

L’area fu abbandonata fino al 1999, quando iniziò l’opera di recupero con indagini archeologiche che consentirono di mettere in luce le varie fasi costruttive e di musealizzare il sito. La Chiesa di San Rocco è visitabile contattando il Comune di Provaglio d'Iseo - tel. 030 9291011.

Dalla Preistoria provengono alcuni frammenti ceramici databili all’età del Bronzo (II–I millennio a.C.), mentre una serie di buche di palo e focolari potrebbe indicare l’esistenza di un insediamento di capanne o una palizzata difensiva di epoca altomedievale (VI-X secolo).

Su queste preesistenze si insediarono le strutture più antiche dell’impianto fortificato, testimonianza del fenomeno dell’incastellamento che durante il XI-XII secolo interessò gran parte dell’Italia settentrionale.  Si tratta di muri di notevole spessore, larghi circa 1,10 m, in ciottoli e pietra calcarea legati in malta, che recingevano la parte più elevata del colle per una lunghezza di circa 110 m e una larghezza media di circa 30 m. A questa fase potrebbe risalire la costruzione della chiesa di Sant’Ambrogio, i cui ultimi restauri hanno messo in luce un’abside semicircolare in pietra e due monofore centinate di chiara impronta romanica.

La fase costruttiva di maggiore rilievo si sviluppò tra XIII e XIV secolo quando la rocca assunse la fisionomia del castello ricetto, struttura di deposito dei beni essenziali della popolazione e di rifugio in caso di pericolo. Alla fortificazione si accede da una porta-torre difesa da un piccolo fossato, superato da un ponte levatoio, e all’estremità opposta da una stretta postierla facilmente difendibile.

L’impianto castellano si articola in due zone: presso l’ingresso, in posizione più elevata, si trova un primo recinto fortificato, a una quota inferiore, su un’area più ampia, si estende una seconda cerchia di mura all’interno della quale si trovavano le caneve (cantine).

La prima cinta racchiudeva un palazzetto con ampi ambienti intonacati e la robusta torre del mastio; vi era una corte dotata di pozzo del quale si è conservata la grande cisterna sottostante rivestita in cocciopesto. Durante il Seicento il luogo divenne un piccolo lazzaretto e la pozza d’acqua forniva sostentamento e refrigerio ai malati di peste.

L’area a quota più bassa accoglieva il ricetto vero e proprio con le numerose caneve addossate alle cortine murarie settentrionale e meridionale; la suddivisione interna riflette il regime multiproprietario di questo tipo di castello frazionato tra i signori locali, gli Oldofredi e i capifamiglia della vicinia (comune rurale).

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Il castello è visitabile all'esterno e nella corte interna.La Biblioteca è visitabile durante gli orari di apertura: lunedì 14-18.30; martedì e venerdì 9-12 e 14-19; giovedì 14-18.30 e 19.30-21; sabato 9-12 e 14-18; mercoledì e domenica chiusa.

Il castello Oldofredi, uno dei più antichi e meglio conservati del Bresciano, si trova su un’emergenza rocciosa nella zona meridionale del centro storico. Vi si accede da due ingressi a nord e a est, dove negli anni Ottanta del ‘900 fu addossata una massiccia scalinata. Sorge su un’area insediata fin da età romana e la prima notizia di un castello in Iseo è contenuta nel Polittico di Santa Giulia, elenco delle proprietà del monastero bresciano (fine IX-inizi X secolo). Il nome Oldofredi deriva dalla nobile famiglia iseana, ma non vi sono documenti che ne attestino la proprietà o l’uso.

Il corpo di fabbrica più antico è il mastio (fine XI-inizi XII secolo) nell’ala meridionale e non più visibile dall’esterno. È a pianta quadrata di circa 10 m di lato e mozzato a circa 12 m dalla base, con spessi muri di pietra. Probabilmente faceva parte del castrum incendiato da Federico Barbarossa nel 1161 e, in tal caso, sarebbe stato risparmiato dalle devastazioni, in quanto ancora descritto nelle fonti seicentesche.

Sul sito del castrum fu eretto fra XIII e XIV secolo un nuovo castello a pianta rettangolare costituito da cortine rettilinee difese agli angoli da torri quadrangolari scudate, cioè con un lato aperto verso l’interno, a base scarpata. Era circondato da un profondo fossato scavato nella roccia e oggi in parte colmato. Vi si accedeva a nord e a sud tramite due porte con arco a sesto acuto e, nelle chiavi di volta, vi era lo stemma della potente famiglia veronese dei Della Scala, che strinse con gli Oldofredi rapporti politici all’inizio del Trecento. Entrambe le porte erano precedute da larghi avancorpi sporgenti che permettevano il passaggio carraio e pedonale; erano chiuse da battenti lignei e da una saracinesca e dotate di ponti levatoi. Il primo era protetto da una torre, oggi completamente perduta, che ne sovrastava l’avancorpo, e il secondo dal mastio, al quale si addossava lateralmente.

La rocca aveva il duplice obiettivo di caposaldo strategico nella difesa del territorio e di apparato di controllo militare del paese. Benché la sua datazione coincida con il breve dominio dei Della Scala nel Bresciano e vi sia il loro stemma, non è possibile stabilire se la costruzione sia inquadrabile fra i loro interventi fortificatori, poiché non è ancora stato determinato se le porte siano coeve al resto della struttura o se siano frutto di una ristrutturazione in epoca scaligera di un complesso precedente.

Sotto il dominio veneziano il castello perse la sua importanza militare e divenne proprietà dei Celeri fino al 1585, quando venne donato ai frati cappuccini. Subì quindi diverse modifiche: il rivellino triangolare irregolare, costruito oltre il fossato meridionale nel XV secolo a difesa dell’accesso esterno al castello, divenne l’orto dei frati; le torri furono mozzate; fu costruita la chiesa di San Marco, consacrata nel 1629, a navata unica coperta a botte con unghie laterali e con facciata decorata a finte architetture.

Fra XVII e XVIII secolo furono aggiunti il corpo a due piani all’esterno del muro nord e gli edifici lungo i tre lati del cortile. Il corpo a sud ha portico e loggiato costituiti da archi sorretti da pilastri in muratura a sezione rettangolare. A piano terra un affresco seicentesco raffigura uno scambio di doni fra un frate e alcuni personaggi in vesti orientali; a livello del loggiato vi sono i resti di una Crocifissione. Affreschi settecenteschi si trovano lungo la scala d’accesso ai piani superiori (Madonna della Misericordia, San Fedele da Sigmaringen), al primo piano (Ecce homo, Sant’Antonio da Padova) e sull’androne di ingresso al cortile (Annunciazione).

Con le soppressioni napoleoniche, i frati abbandonarono il convento nel 1797 e il complesso, divenuto proprietà privata, fu trasformato in appartamenti. Fu acquistato dal Comune di Iseo negli anni Sessanta del ‘900 e restaurato. Oggi mantiene in parte la funzione abitativa e ospita la biblioteca comunale, alcune associazioni culturali e, nella ex chiesa di San Marco, la sala civica.

Angelo Valsecchi

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Il toponimo “Paderno”, il più piccolo comune della regione della Franciacorta, deriva dall'aggettivo “paterno”, che in epoca romana stava ad indicare i fondi derivanti dalle eredità. Sono proprio del periodo romano le tracce rinvenute recentemente nei pressi del sito castellare degli Oldofredi. Ed è dell'anno 1009 un documento che cita “Paterno” come sede di un ricetto edificato a difesa degli assalti degli Ungari, i quali compivano spesso in quel periodo e in quella zona scorrerie ed assedi. Il castello aveva anzitutto funzioni di ricovero per genti, animali e prodotti agricoli, soprattutto quando i barbari perpetravano i loro attacchi nel contado e nel paese, tanto facili da raggiungere perché della Franciacorta Paderno è sempre stato un centro in aperta campagna.

Col passare dei secoli il ricetto trasformò via via la propria funzione in una più prettamente militare.

Fu nel 1242 che il re Enzo di Gallura ne fece il centro di operazioni militari; nel 1326 fu addirittura devastato dalle armate di Azzone dei Visconti; nel 1428 venne conquistato dal Piccinino, in quel periodo in costante lotta col Gattamelata; nel 1512 conobbe uno dei suoi peggiori momenti: durante il cosiddetto “sacco di Brescia” apparecchiato dai Francesi guidati da Gastone di Foix, Paderno fu svaligiato e i suoi occupanti, sia militari che semplici contadini, furono uccisi a centinaia.

Fino a quell’epoca il castello era ancora dotato di una delle più imponenti fortificazioni di tutta l'area. A seguito dei profondi interventi di recupero effettuati nel XIX secolo, oggi purtroppo l’Oldofredi si presenta completamente modificato agli occhi del visitatore, rispetto al suo aspetto originario.

Degli elementi originari sono rimasti due torri angolari di forma cilindrica ed un muro. All’interno delle mura la chiesa cinquecentesca della “Madonna in Castello” è perfettamente conservata. Pregevole anche la fattura della chiesa di San Pancrazio, costruita nel XIX secolo.

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Orari di apertura: 8:00 - 12:00 e 15:00 - 19:00

Ingresso gratuito e libero. Nessuna prenotazione.

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Orari di apertura: Sabato 9:00 - 12:00 e 14:00 - 19:00; Domenica 9:00 - 19:00  

Ingresso libero. Nessuna prenotazione. 

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La chiesa di Sant'Eufemia, sorta negli ultimi decenni del X secolo, si trova poco distante dal centro abitato di Nigoline ed è posta all'interno di un'area cimiteriale.
Elementi che rimandano al periodo medievale sono alcune caratteristiche della facciata, l'andamento a capanna delle falde del tetto e una feritoia a croce oggi tamponata.
Si riconosce poi facilmente l'impianto della chiesa altomedievale: l'edificio era orientato in senso est-ovest con la facciata ad ovest e l'abside trasformata poi in cappella orientale.
Verso la fine dell'XI secolo e l'inizio del XII venne aggiunto il campanile, che oggi si presenta con le pareti interamente intonacate e con la porzione terminale ricostruita integralmente nel 1700.
Sul basamento, originario, si possono ancora notare sui quattro lati le specchiature romaniche ribassate.

Nel corso del XV secolo l'antica chiesa subì una radicale trasformazione, in quanto venne demolita la parete sud e costruito un nuovo e più grande edificio che assunse l'attuale orientamento nord-sud e l'antica abside della chiesa altomedievale divenne quindi una cappella laterale, sede del fonte battesimale.
Internamente la chiesa conserva diversi dipinti.
Sia le pareti che la volta a botte del presbiterio furono dipinte con affreschi attribuiti al XIV secolo: si può notare nella volta il Cristo Pantocrate con i quattro evangelisti, mentre sulle due pareti sono effigiati i dodici apostoli (sei per lato).
Nella campata di mezzo in lato ovest è posto un grande affresco di XV secolo raffigurante San Gottardo in cattedra fra San Rocco e San Sebastiano; nel dipinto compaiono anche due stemmi delle famiglie dei Federici e dei Della Corte.
Di grande interesse artistico è poi il ciclo pittorico di cui è ornato il presbiterio, attribuito a Floriano Ferramola, pittore bresciano della prima metà del Cinquecento.
Particolare è il cimitero in cui si trova la chiesa di Sant’Eufemia in quanto conserva ancora le steli e le lapidi tombali dei secoli XIX ed inizi XX secolo.

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030 736008

La Chiesa Parrocchiale di Capriolo, dedicata a San Giorgio è di origine Seicentesca, ristrutturata agli inizi del '900. Conserva al suo interno pregevoli opere d'arte: una Resurrezione del pittore cinquecentesco bresciano Girolamo Romanino, il Martirio di San Gervasio e Protasio di Callisto Piazza e una statua lignea quattrocentesca raffigurante la Madonna Vecchia.

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Il complesso è situato in posizione è privilegiata sulle pendici orientali del Monte Orfano nel comune di Rovato. Nel 1449 due frati della congregazione dei Servi di Maria ottennero un terreno per costruirvi un convento e una chiesa, che fu completata nel 1503. Divenne ben presto meta di pellegrinaggi, particolarmente in occasione delle grandi feste dedicate alla Madonna, fino al 1772, quando venne soppresso. Solo nel 1963, sempre ad opera dei Servi di Maria, si ricostituiva una comunità religiosa all’interno del complesso, che tra l’altro ospita opere di grande rilievo artistico tra cui un’Annunciazione del Romanino (1485-1566). Il convento è caratterizzato da un chiostro dalla perfetta geometria; le linee semplici delle colonne e degli archi inquadrano il pozzo centrale adorno di una raffinata decorazione in ferro battuto.

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Il Maglio Averoldi è un’antica fucina medievale, ancor oggi funzionante. È un vero e proprio museo vivente, dove si possono conoscere da vicino la storia e i metodi di lavorazione del ferro, una fra le attività tradizionali più caratteristiche della provincia di Brescia, e in particolare dell’arte dei “bruzafér”, una tecnica di lavorazione del ferro rovente, finalizzata alla creazione di attrezzi, elementi di arredo e sculture, un tempo assai diffusa in Franciacorta. Il primo documento che parla del Maglio risale al 1155. Da allora la fucina, con alterne vicende, rimase sempre in attività, fino alla scomparsa nel 1984 del suo ultimo proprietario, Andrea Averoldi. Acquistato e restaurato dal Comune, vi si possono fra l’altro vedere dimostrazioni pratiche di antiche e preziose lavorazioni. Nella casa dove abitò Andrea Averoldi si ammirano le collezioni di Pietro Malossi, antiquario bresciano che raccolse innumerevoli oggetti pregiati e opere d’arte e, nel 1988, li donò alla Fondazione che porta il suo nome.

 

Orari di apertura: 10:00 - 12:00 e 15:00 - 18:00

Costo di ingresso: 5€ intero - 3€ ridotto

Informazioni e prenotazioni: CUP ValleTrompia T. 030 2809556 – 030 8337495 – 345 3422015

cup@cm.valletrompia.it

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L’itinerario alla scoperta di Clusane com’era si articola in 9 pannelli posti in particolari luoghi del centro storico. Attraverso la loro visione il visitatore può cogliere l’ambiente del paese così come si presentava circa sessant’anni addietro e la sua evoluzione. Le installazioni sono un omaggio al maestro Carlo Lanza che, oltre a svolgere per molti anni l’attività didattica ed essersi prodigato per l’evoluzione sociale ed economica di Clusane (fu tra i fondatori della Cooperativa Pescatori), lasciò ai suoi compaesani un ricco archivio fotografico nel quale ha colto le atmosfere, le espressioni e i volti del suo paese natìo.

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L’oselanda (uccellanda), così come viene comunemente definita questa palazzina neogotica nel gergo comune della gente del paese, non consente una puntuale relazione storica poiché priva di documentazione specifica che ne definisca le vicende. Le uniche fonti attendibili sono quindi riscontrabili solo nella cronologia catastale e nelle testimonianze dirette.

L’edificio risulta rilevato cartograficamente solo nel 1898 al Catasto del Regno d’Italia, come proprietà della famiglia Della Santa, da questa acquisita, insieme ad altri terreni, dai Della Bianca de Colombo. In seguito le proprietà dei Della Santa passarono alla Famiglia Madruzza, infatti l’edificio è documentato nel Catasto del Regno d’Italia e in quello urbano (dal 1905 al 1988), come proprietà di quest’ultima. Non è nota la data del passaggio, ma si trattò probabilmente di un atto ereditario non notificato, visto che le due famiglie erano legate da vincoli di parentela.

La data di costruzione rimane tuttavia incerta, ma sicuramente ascrivibile agli anni che vanno dal 1852, quando il terreno è ancora registrato come vigna, al 1898, quando l’edificio risulta rilevato nel Catasto del Regno d’Italia. E’ emersa durante i recenti lavori di restauro la data 1873, collocata sulla parete destra dell’ingresso privo di finestrelle laterali, che potrebbe coerentemente riferirsi all’anno di costruzione.

La committenza sembra dunque riferirsi o alla famiglia Della Bianca de Colombo o ai Della Santa.

L’edificio si presenta su due ordini, con marcapiano contrassegnato da elementi decorativi geometrici. A piano terra si trovano, una per lato, tre porte d’ingresso, di cui le laterali caratterizzate dalla presenza di due finestrelle simmetriche. Sopra le porte si colloca un archetto gotico che funge da legame architettonico con tutte le altre aperture. Nel lato semicircolare si trovano cinque finestre, di cui due cieche, sempre sovrastate da archetti a sesto acuto.

Al primo piano si collocano tre trifore, una per lato, con archetti gotici sorretti da pilastrini in pietra arenaria locale caratterizzati da capitelli decorati e, nella zona semicircolare da una loggetta stilisticamente simile alle aperture appena descritte.

Nella fascia del sottotetto è da notare la decorazione, costituita da una serie di archetti trilobati inscritti in archi a sesto acuto, ripresa, con tratti più semplici, in quella sottostante il marcapiano.

Tutti gli elementi decorativi sono stati incisi direttamente sulla superficie prima di essere intonacati.

Dal 1943 l’edificio risulta destinato ad abitazione, composto da ingresso, cucina e latrina a piano terra; ingresso e camera al primo piano; cantina al sotterraneo.

Successivamente la costruzione viene acquistata dal Comune di Paratico ed è oggi osservabile in seguito a lavori di restauro ultimati nell’estate 2001.

Un discorso particolare è quello che riguarda l’attribuzione del suo progetto, poiché da studi e ricerche specifici, potrebbe essere riferibile al noto architetto bresciano Rodolfo Vantini. Infatti, nei “Diarii Vantiniani” (pubblicati nel 1969 a cura di Boselli), è documentata la presenza del Vantini a Rivatica nel 1832, su invito del Dottor Della Bianca, per il progetto di un “casino gottico”.

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Il lago d’Iseo (detto anche Sebino, dall’antico nome romano), è il sesto per estensione fra i laghi italiani, ma ha il singolare primato di ospitare l’isola abitata più grande d’Europa: Monte Isola. È stato formato dall’azione di scavo e dal successivo ritiro di un ghiacciaio alpino.

Il paesaggio e la natura del Sebino sono il felice punto d’incontro fra nord e sud. Il nord porta una corona di monti innevati, l’acqua copiosa di un fiume, le piogge che rendono le alture verdeggianti, la fresca brezza che attenua la calura estiva. Il sud dona il clima mite, la luce brillante del cielo, la flora mediterranea di cui l’ulivo è il simbolo. Il paesaggio è anche segnato dall’incontro tra terra ed acqua: incontro drammatico, quando alte pareti rocciose cadono a picco nel lago; incontro dolce, quando monti e colli digradano verso la costa.

Per maggiori informazioni:

030/9823617

http://www.sanpietroinlamosa.org

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Nei pressi di Provaglio d’Iseo sorge il monastero di San Pietro in Lamosa, dal quale si può godere di una vista splendida sulle Torbiere del Sebino, dichiarate Riserva Naturale nel 1983 e percorribili a piedi o in bicicletta. Il monastero prende il nome dalle Lame, le paludi che i Cluniacensi si impegnarono a bonificare con l’uso di nuove tecniche agricole, dopo aver ricevuto in dono il complesso da due feudatari longobardi nel 1083. Durante il Medioevo il monastero fu meta di pellegrinaggi ma anche luogo di sosta per mercanti e viandanti, che percorrevano la strata de Franzacurta che da Brescia conduceva a Iseo. Nel 1536 il monastero passò alle suore benedettine di Santa Giulia di Brescia fino alle soppressioni settecentesche; quindi divenne di proprietà della famiglia Bergomi-Bonini che nel 1983 donò la chiesa alla parrocchia di Provaglio. Restaurato negli ultimi anni, il monastero di San Pietro ha riacquistato l’aspetto originario, con l’abside medioevale, il campanile e la vasta navata centrale, ampliata alla metà del XVI secolo. Sono stati in parte recuperati gli affreschi che ornano la chiesa, alcuni dei quali rivelano le influenze del Gambara, del Foppa e del Romanino. Le primitive forme romaniche si notano meglio dall’esterno, nelle absidi e nelle finestre strombate. Ben conservata è la cappella barocca sul piazzale antistante la chiesa, che sembra ergersi per incanto dalle Lame retrostanti.

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030 736094

https://www.riccicurbastro.it/web/museo-agricolo-e-del-vino/

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Il Museo Agricolo e del Vino, Ricci Curbastro, è il frutto della più che trentennale attività di ricerca di Gualberto Ricci Curbastro. Inaugurato nel luglio 1986 e negli anni continuamente ampliato, il museo è una realtà unica in Franciacorta, che conserva, nei rustici dell'Azienda Agricola Ricci Curbastro, migliaia di oggetti, testimoni del lavoro agricolo d'altri tempi. Quattro sale divise per temi e visitabili previa prenotazione, per potervi accompagnare e raccontare il lavoro, di allora e di oggi, nelle vigne. Il Museo è aperto tutto l'anno dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 18. La visita ha una durata 1/1,5 ore per un numero massimo di 100 partecipanti.

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Orari di apertura: sabato 14:30 - 17:30

Presso il centro culturale – Biblioteca

Ingresso gratuito.

Per informazioni: biblioteca T. 030 7058146 

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030 653278

http://www.lamontina.it/

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Le Tenute “La Montina”, sono l'unica struttura in Europa che può vantare la proprietà di un vero e proprio museo di arte contemporanea interno (ufficialmente riconosciuto dalla Regione Lombardia), dedicato principalmente all'artista Remo Bianco, (Milano, 1922 - 1988) famoso nel mondo per le sue opere multimateriche, risultato della combinazione di tecniche e materiali eterogenei tra loro. Ciclicamente il museo ospita personali di artisti contemporanei internazionali, le cui opere vengono fatte vivere nell'inimitabile percorso museale che si snoda tra cantine, botti, sale maestose e bottiglie che riposano sui lieviti.

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Dedicato alle conifere, di cui sono state piantate tutte le 7 famiglie esistenti, si trova nella valle del Fus. È un’oasi di pace, che muta aspetto col passare delle stagioni e che si estende attorno a un piccolo lago.

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030 9826142

http://www.palazzomonti.it/

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Qui, già nel tredicesimo secolo, sorgeva la sede del feudo dei “della Corte”. Circa due secoli dopo, si edificò l’attuale complesso che conserva l’originario impianto seicentesco. La nobile famiglia dei “della Corte” di Iseo si unì, in seguito, a quella dei baroni Monti di Montichiari, da qui il nome del Palazzo. Gli attuali proprietari, i Conti Marie-José e Alessandro d’Ansembourg, sono i discendenti di questa stirpe quasi millenaria. Palazzo Monti della Corte, da oltre quattro secoli, accoglie amici ed ospiti in un’atmosfera elegante, romantica e intima. Ambiente così ricco di fascino e suggestioni, il Palazzo e i suoi grandiosi ambienti e l'incantevole giardino all'inglese, sono la cornice ideale per momenti importanti ed esclusivi, eventi, meeting e matrimoni. Dal grande atrio, lo scalone seicentesco in pietra di Sarnico porta agli ambienti più esclusivi del Palazzo: la grande Galleria e l'elegante Sala Blu. La galleria, decorata con stucchi, fregi settecenteschi e preziosi specchi dorati, si estende per tutta la lunghezza della facciata, con ampie finestre che regalano scorci suggestivi del magnifico giardino, mentre la Sala Blu incanta per il maestoso camino, il prezioso lampadario in vetro di Murano e il fascino senza tempo.

Visitabile su prenotazione.
Disponibile come location per eventi e matrimoni.

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Il palazzo, fatto costruire negli ultimi anni del XIX secolo e primi anni del XX secolo da Gianpaolo Cavalleri, forse su progetto dell’ing. Negroni, originariamente era circondato da un alto muro di protezione che impediva la vista della dimora. Nel 1973 il palazzo venne venduto al Comune che smantellò il muro di cinta, strappando però il grande affresco della Deposizione, poi collocato sulla parete nord del salone. Lo strappo è opera del Sig. Manenti di Rovato. L’intera sala ha subì un restauro nel 2002- 2003, quando si sostituì anche il lampadario in ferro battuto con l’attuale in vetro di Murano. Il fabbricato subì importanti trasformazioni murarie interne al primo piano, che, al fine di rendere la struttura idonea allo svolgimento delle attività comunali, modificarono sostanzialmente le linee archi- tettoniche originali. Molto interessanti sono le decorazioni delle sale al piano terra e quelle della volta dello scaloncino che sale al primo piano. L’impianto decorativo risente dello stile Liberty e delle forme eclettiche care a quest’epoca. I pavimenti in cotto e quelli in legno sono tutti originali. Nel 2008 subì un restauro delle decorazioni della facciata.

Valorizzato dall’ampio prato antistante, il palazzo si erge in tutta la sua severità e solidità di linee architettoniche, mitigate dal gioco di vuoti e di pieni dati dal portico e dalle torrette sul lato est e ovest. All’estremità orientale del prato sorge la piccola portineria del palazzo, che si apre sul lato strada, oggi adibita ad esercizio commerciale. Lo schema architettonico si sviluppa in senso longitudinale ed in particolare il prospetto sud vede il susseguirsi di belle colonne in pietra di Sarnico con capitelli tuscanici che sostengono sei archi a tutto sesto con spazioso intercolunnio corrispondente al riquadro compreso fra le finestre del primo piano. Addossata alla parete ovest, sporgente rispetto alla facciata sud, si innalza una torretta caratterizzata da aperture sia al piano terra sia ai piani successivi, dove si trasformano in bifore con cordonatura in cotto. La torretta viene chiusa da una slanciata loggetta, sostenuta da colonnette che fanno da imposta a quattro archi a pieno centro sui quattro lati. All’estremità orientale del palazzo si innalza, tangente alla parete, una torretta, rientrante di molto dal filo della facciata, tanto da lasciare in evidenza le tre aperture della parete est del primo piano, che seguono lo schema decorativo di quelle in facciata sud.

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Il palazzo comunale di Rovato ha origini remote che sembrano precedere quelle del Castello tardo quattrocentesco. Quest'ultimo infatti venne costruito durante il dominio veneto in modo da inglobare nelle sue mura una porzione urbana, tipologicamente riconducibile al risultato della lottizzazione gotica, sulla base del castrum romano. Attualmente il Palazzo Comunale ha sede in un complesso architettonico articolato in tre blocchi principali, aventi differenti caratteristiche e datazioni: un blocco sito in via Lamarmora presumibilmente tardo-quattrocentesco, un altro sempre in via Lamarmora che risale al quattrocento e l'ultima porzione posta tra vicolo delle Rose e vicolo delle Cantine, costruito tra il duecento e il trecento. La tradizione vuole che in una porzione del Palazzo Comunale, si trovasse anche l'abitazione del celebre artista Alessandro Bonvicino detto il Moretto.

Da segnalare l'abbondante utilizzo della pietra di Sarnico, il caratteristico porticato di tre fornici e la luminosa loggia di tre luci architravate, oggi chiuse da vetrate formate da colonne ioniche accoppiate. Le decorazioni dei soffitti lignei appaiono per lo più realizzati a secco con colori a tempera. I suggestivi affreschi, dopo il restauro, risplenderanno di una nuova luce. Data la presenza di più strati sovrapposti di intonaci, in accordo con la sovrintendenza, si sta procedendo al rinvenimento degli affreschi previa demolizione degli intonaci sovrapposti.

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www.comune.cazzago.bs.it

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Palazzo Oldofredi prende il nome dalla nobile famiglia d'origine iseana che ne prese possesso fra il Seicento e il Settecento. Il palazzo, costruito nel Seicento dai Bornati, è caratterizzato a meridione da un portico e da stipi alle finestre di stile rinascimentale. Il brolo, posto sul lato nord-est, è di aspetto severo; ad esso si affianca una torre a pianta quadrata.
E' la sede dell'amministrazione comunale di Cazzago San Martino.

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391 7758095

http://www.palazzotorri.it/

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Villa di delizie tuttora abitata, valorizzata da stanze e sale ammobiliate con arredo d’epoca e affrescate con decorazioni settecentesche. Tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento, Paolina Calegari Torri e il marito Alessandro aprirono la loro dimora al pubblico e la trasformarono in un vero e proprio “cenacolo culturale”, frequentato da ospiti illustri, dove si svolgevano feste, incontri, dibattiti e iniziative culturali. Si annoverano scrittori e poeti come Giosuè Carducci, Antonio Fogazzaro e Giovanni Pascoli, pittori e scultori come Francesco Michetti, Antonio Salvetti, Franz Lenbach, Hugo Freiherr Von Habermann, Serafino Ramazzotti e Domenico Trentacoste, compositori e musicisti quali Paolo Chimeri e Adele Bignami Mazzucchelli, uomini di Chiesa e di Stato come il Vescovo Geremia Bonomelli e il Ministro Giuseppe Zanardelli ed infine intellettuali, scienziati, uomini di pensiero e aristocratici delle più importanti famiglie bresciane. Palazzo Torri è ancora oggi centro di attività culturali e suggestiva location per eventi, meeting e matrimoni. Dispone di camere con formula B&B. È una dimora storica visitabile su prenotazione.

Visitabile su prenotazione.
Disponibile come location per eventi e matrimoni.
Affitto camere o intera villa per vacanze.

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Edificata dai Domenicani nel ’300 sulla cima dell’omonimo colle scandito da terrazzamenti e vigneti, la Santissima è uno dei luoghi più panoramici della Franciacorta e simbolo stesso di Gussago. Nel parco si trovano punti di sosta attrezzati, pannelli didattici, belvedere, un percorso vita ciclopedonale che ne fa il periplo.

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Istituito nel 2000, si estende per 4.309 ettari nei dintorni di Brescia e abbraccia anche altri Comuni della Franciacorta oltre a Brescia (Rodengo Saiano e Cellatica).

Il parco di Paratico, affacciato sulla sponda bresciana del lago di Iseo, rappresenta un interessante esempio di intervento paesaggistico, teso a coniugare la valorizzazione del contesto naturale con le esigenze di uno spazio di fruizione e di godimento a disposizione degli abitanti e dei turisti.

Le molte suggestioni offerte dal contesto paesaggistico lacustre sono state tradotte nella proposizione di una serie di quadri indipendenti, costituiti da “stanze verdi”, che si susseguono senza soluzione di continuità. Due percorsi longitudinali attraversano il parco, uno lungo la riva, l’altro centralmente, ricalcando le traiettorie dei vecchi binari del treno che, fino a cinquant’anni fa, consentiva il trasporto delle merci dalle rive del lago all’asse padano della linea ferroviaria Ferdinandea. Si incontrano perciò in successione: il giardino delle aiuole fiorite, costituite da una serie di grandi vasche rialzate di ferro arrugginito disposte diagonalmente, ricche di erbacee perenni e bulbose, che invitano gli occhi a dirigersi verso il panorama lacustre; la stanza dove la ghiaia disegna onde che si rincorrono, a richiamano di quelle create dall’acqua increspata del lago, fiancheggiate da una distesa di erbe dalle spighe fluttuanti; la stanza dominata da un grande pergolato di legno ricoperto da vite americana maritata con delicate rose profumate, a suggerire la vocazione agricola e vinicola delle colline di Franciacorta; la piazza centrale, protagonista, in cui campeggiano due vasche di pietra di forma rettangolare con ninfee bianche, a riproporre in miniatura gli scenari offerti dal lago lungo le sue sponde. Particolare cura è stata posta nel recupero, attraverso un linguaggio sobrio e contemporaneo, delle tante tracce di archeologia industriale presenti nel luogo: il disegno della pavimentazione, composta da una combinazione di porfido rosso e pietra luserna, che incorpora i vecchi binari del treno; l’utilizzo di materiali poveri, legno e ferro, nelle diverse strutture, quali la pergola ed il gazebo, le fioriere, le sedute e il tavolo circolare; la presenza di una fontana dal disegno semplice, ricavata da un blocco di roccia della confinante Sarnico, sede di rinomate cave.

Degna di attenzione la scelta delle piante, scaturita non solo dall’esigenza di rendere interessante lo spazio verde durante tutto l’anno con un alternarsi di fioriture, ma anche dal desiderio di far conoscere ai fruitori la grande varietà di specie botaniche, nel rispetto delle caratteristiche agronomiche del luogo. Ecco allora l’utilizzo di un elevato numero di tipi di alberature, di arbusti e di erbacee perenni, con basse richieste manutentive e di apporto idrico, all’insegna del tentativo di promuovere la cultura, la curiosità e, non da ultimo, la biodiversità. Le suggestioni del genius loci che hanno ispirato la sistemazione paesaggistica possono esser così riassunte: ‘Mi sono seduta ad ascoltare quello che questo spazio sommessamente cantava. Ho immaginato campi di fiori spontanei, fluttuanti e battuti da una brezza discreta proveniente dal lago, che a volte rinforza creando vortici che sollevano polvere’. Innumerevoli le piante che si innalzano leggere e che offrono fiori disposti a muoversi incessantemente, spostati da flussi di aria capricciosi: da qui il nome del parco.

 Il Parco delle Erbe Danzanti presso il lungolago Chiatte del Comune di Paratico è stato segnalato al sito "Premio del Paesaggio del Consiglio d'Europa 2012/2013".

La Commissione ha deliberato l’assegnazione di una menzione speciale per la terza edizione del Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa per la proposta di seguito indicata:

3. n. 30. Comune di Paratico-Parco erbe danzanti per le buone pratiche poste in essere nel recupero di un’area periurbana degradata lasciando la memoria delle antiche funzioni con elementi industriali che si integrano con opere d’arte contemporanee, in un assetto di verde articolato secondo un interessante progetto che valorizza la biodiversità e il ripristino di essenze tipiche dei luoghi.

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Si estende lungo il corso del fiume che esce dal lago d’Iseo e scorre lento nella pianura lombarda. Comprende anche due Comuni della Franciacorta, Paratico e Capriolo, nel cui territorio si trovano interessanti percorsi. Molteplici le iniziative organizzate nel corso dell’anno per valorizzare ambiente, sapori, tradizioni.

Da quasi due secoli piazza Cavour, identificabile dallo stupendo porticato semicircolare che la delimita a nord e dalla caratteristica pavimentazione a ciottoli, è il cuore pulsante di Rovato.
L’opera fu promossa nel 1838 dall’allora Prevosto, Carlo Angelini, con lo scopo di farne la “piazza del mercato”. Il progetto fu, invece, redatto dall’architetto Rodolfo Vantini, già in quel tempo in elevata notorietà.
Per realizzarlo furono demolite le vecchie mura meridionali del castello (datate 1453) e l’antico fossato fu colmato, Vantini volle però conservare l’accesso al castello col solenne arco centrale che, ancora oggi, porta alla parrocchiale di santa Maria Assunta e al cuore dell’antica Rovato. Successivamente vennero, quindi, costruiti portici e negozi, in servizio del rilevante afflusso di commercianti per il mercato settimanale del lunedì (ora trasferito al Foro Boario).
Dalla collaborazione fra Angelini e Vantini, negli anni fra il ‘40 e il ‘46, nacquero a Rovato altre opere degne di nota, come il cimitero e la chiesa parrocchiale nella sua forma attuale. 

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030.7750750

La totale mancanza di documenti conosciuti non consente attualmente di ricostruire l’epoca di fondazione della Pieve. La sua intitolazione a S. Bartolomeo, santo venerato dai viandanti e dai pellegrini, fa supporre la presenza di un ospizio destinato al ricovero delle numerose persone che per fede o necessità si mettevano in viaggio sulle pericolose strade del tempo. La Pieve di Bornato esisteva sicuramente nel 1058 quando viene menzionata in un documento del vescovo di Brescia. In un altro documento del 1291 il Papa Niccolò IV concedeva alla chiesa di S. Bartolomeo un’indulgenza in occasione della festa annuale dedicata al santo. Altri documenti del 1339 e 1343, relativi al versamento delle decime, documentano la vitalità della Pieve. Solo verso la fine del XV secolo si ha il passaggio definitivo dell’organizzazione pievana a quella parrocchiale in seguito al quale anche S. Bartolomeo non sarà più il punto di riferimento di un ampio territorio ma diverrà la chiesa del solo abitato rurale di Bornato.

La visita pastorale di S. Carlo Borromeo nel 1580 registra comunque ancora una chiesa ampia a due navate, con battistero, campanile e il cimitero che occupava la parte posta a nord della chiesa.
A metà del XVII secolo venne costruita, in posizione più favorevole per gli abitanti di Bornato, la nuova chiesa parrocchiale e questo determinò l’abbandono della vecchia Pieve che venne in gran parte demolita e ridotta probabilmente alle forme attuali. In questo periodo venne accentuato l’uso cimiteriale del sito con la creazione di numerose tombe a camera e ossari.

L’allontanamento del cimitero nella zona di pianura, avvenuto in seguito all’editto di Napoleone di fine XVIII secolo, accelerò l’abbandono del luogo fino ai giorni nostri.

Il percorso proposto per la visita alla Pieve di San Bartolomeo parte dal centro storico di Bornato per giungere al Castello e alla Villa Orlando. Da qui, attraverso l’antica strada bassa del Castello si giunge fino alla Pieve. Dalla Pieve si ritorna alla Parrocchiale per ammirare gli affreschi visibili anche nella Chiesa Cimiteriale. Presso la Pieve è stata realizzata un’ esposizione iconografica  con pannelli che accompagnano il visitatore attraverso le fasi storiche del sito.

Nella Chiesa parrocchiale e nei punti informativi per il noleggio delle audio video guide, sono stati collocati totem provvisti di monitor che trasmettono filmati descrittivi in lingua italiana ed inglese inerenti le tematiche del percorso. Inoltre, è stata predisposta una segnaletica logistica numerata, in immagine coordinata, per tutto il percorso di visita.

Pieve di San Bartolomeo

Via Pieve Vecchia 

25046 Bornato di Cazzago San Martino

Info:

·         Pro Loco Comunale Cazzago San Martino

Tel.: 030.7750750 int. 8

info@pievedibornato.it

·         Biblioteca Comunale “Don Lorenzo Milani” 

Tel. +39 030 72 54 371 Mob. +39 329 98 17 373

biblioccsm@yahoo.com

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Fondata secondo la leggenda dal vescovo San Vigilio nel sec.VI, forse sul luogo di un tempio romano, la Pieve di Sant’Andrea fu ricostruita nel sec. XII in forme evidentemente lombarde. Subì ampliamenti fino all’inizio del sec. XIX, quando l’architetto Rodolfo Vantini rifece l’interno. È rimasto però integro nelle forme originali l’altissimo campanile, al centro della facciata, definito “il più bel campanile romanico del Bresciano, di tipo perfettamente comacino”. I maestri comacini - forse provenienti dalla zona di Corno - furono attivi prima in Lombardia e poi in Europa dal VII al XI secolo, mantenendo viva l’eredità costruttiva tardo romana e paleocristiana. All’interno interessanti opere di due pittori del sec. XIX: gli affreschi di Angelo Inganni e l’Arcangelo Michele di Francesco Hayez.

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La chiesa di Santa Maria, nella frazione Piè del Dosso di Gussago, si trova sul percorso della strada romana tra Val Trompia e Franciacorta, costituiva il primo centro dell’organizzazione civile e religiosa della comunità di Gussago e dipendeva dal monastero benedettino di Leno.
La chiesa è nota anche come Pieve dei Morti perché, come ricorda la lapide in facciata, nel prato antistante furono seppellite le ossa dei morti di peste del 1630.
La presenza longobarda sul territorio è rappresentata da alcuni elementi, in particolare alcune lastre del “pulpito di Maviorano” conservate nella Pieve, tombe, arredi e diversi reperti.
Di origine romanica, la chiesa ha subito rimaneggiamenti nel XV secolo e conserva un portale rinascimentale con architrave con stemmi e festoni retta da lesene, capitelli con decori di foglie d’acanto e volute. Interessante è la decorazione in cotto di finestre e cornici all'esterno.
Originariamente la chiesa era caratterizzata da una  facciata con tetto a doppio spiovente con oculo centrale e monofore laterali.
Il campanile, databile ai secoli IX – X, ha forma quadrangolare con cuspide in cotto, mentre la cella campanaria è contraddistinta da quattro monofore a tutto sesto.
L’interno è a navata unica con quattro campate su archi traversi a sesto acuto poggianti su contrafforti esterni
L'abside è poligonale, impostata su un'altra semicircolare del sec. IX-X, e conserva un ciclo di affreschi del Quattrocento derivante dalla scuola del Foppa e Paolo da Cailina che raffigura la Madonna Assunta con due gruppi di Apostoli e, al di sopra di questi, quattro gruppi di Angeli musicanti.
Al centro del presbiterio, dietro l’altare settecentesco, si può ammirare il Polittico della Madonna del Rosario, con i quindici Misteri del Rosario, di Luca Mombello.
Nella Pieve è poi conservato il sarcofago incompleto di un guerriero d’alto rango dell’VIII secolo, denominato pulpito di Mayorans, con incisioni a bassorilievo di simboli cristiani e un cavaliere che varca simbolicamente l’aldilà. La lastra anteriore reca l’iscrizione a caratteri maiuscoli interpretata come MVIORANUS (firma del lapicida o del defunto) o MAVI ORANS, da cui l’opera prende l’intitolazione.
Recenti restauri, effettuati a partire dal 1969, hanno riportato alla luce diversi affreschi tra cui quelli della cappella alla sinistra del presbiterio e quello, di notevole valore, soprastante la cappella stessa, raffigurante tre scene di scuola  bembesca: l'“Annunciazione”, la “Natività”, l'“Adorazione dei Magi”. Nei due registri inferiori si trova invece una serie di riquadri votivi che hanno per soggetto figure di santi, la “Trinità”, una “Madonna in trono” ed episodi della storia del Beato Simonino da Trento.

Di particolare interesse è il ciclo pittorico dove appare l’immagine della Madonna della Misericordia che accoglie sotto il proprio manto una schiera di Disciplini, con attorno quattro scomparti raffiguranti S. Emiliano, S. Antonino, S. Lorenzo e S. Bernardo da Chiaravalle.
Sul lato opposto, nella cappella seicentesca dedicata a San Nicola da Tolentino, si trovano gli affrechi attribuibili a Gian Giacomo della Rovere o Giovanni Mauro della Rovere, realizzata e seguito di interventi sulla chiesa eseguiti in epoca barocca.

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030 7760291

Riedificata nel sec. XIII in stile romanico-gotico, presenta all’esterno un abside poligonale in pietra bianca, costruito intorno a quello interno semicircolare. Alcuni frammenti di un pluteo in arenaria grigia, con motivi floreali e due animali di gusto preromanico, testimoniano l’antica origine della pieve; mentre i capitelli richiamano il gusto gotico. Di notevole importanza sono gli affreschi “Madonna col bambino” e “L’Annunciazione” che, per l'eleganza del tratto e la ricercatezza dei particolari, sono attribuiti a pittori con evidenti influenze di Gentile da Fabriano, chiamato a Brescia da Pandolfo Malatesta nel 1414 per operare nella cappella del Broletto.

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030 2977833-834

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La Pinacoteca, con la sua importante collezione di opere - Raffaello, Foppa, Savoldo, Moretto, Romanino, Lotto, Ceruti, Hayez, Thorvaldsen, Pelagi, Canella e Canova per citare i nomi più noti -, è organizzata attraverso un percorso espositivo in 21 sale concepito per restituire al visitatore la complessità del Museo e delle sue collezioni mediante una riflessione sulla loro storia e sugli orientamenti critici che ne hanno determinato la fisionomia dal tardo-gotico al primo Ottocento.

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Visibili esternamente con una comoda passeggiata.

Il Castello di Rovato per oltre mezzo millennio di movimentate vicende storiche ebbe un ruolo cruciale di piazzaforte e godette la rarissima fortuna di serbare così a lungo quasi intatta la sua genuina struttura.
Costruito non su una collina, ma su un rialzo del terreno, dovuto alla terra riportata e alle macerie delle primitive costruzioni, era intersecato da sotterranei e difeso da una grande fossa – ancora oggi visibile – dell’ampiezza di una decina di metri che attingeva l’acqua dal cosiddetto “Pozzo lungo” situato nelle vicinanze.
Proprio alla fine del trecento il Castello Medievale fu ulteriormente munito di difese con tre giri concentrici di mura fortificate.
Nel 1470 Venezia, interessata ad aumentare la resistenza e la potenza del Castello, dispose l’innalzamento di cinque torrioni, con l’aggiunta di casematte e rivellini. Le torri come le mura erano realizzate in corsi ordinati di blocchi squadrati di ceppo del Monte Orfano. Oggi ne rimangono solo tre: quello a nord fu distrutto nel 1796 e quello a sud intorno al 1840, per far posto ai portici del Vantini.
Il Castello di Rovato con le sue mura venete è da collocare tra i più illustri esempi d’architettura castrense italiana, inoltre, in corrispondenza della porta meridionale e di quella settentrionale (demolite nell’Ottocento e in parte conservate nel sottosuolo della Piazza del Mercato) conserva due bastioni che sono da annoverare tra i primissimi dell’architettura militare italiana.

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Visibili solo esternamente.

Gli imponenti resti del castello occupano la parte sommitale della collina posta a meridione del centro urbano di Paratico. Il fortilizio sfrutta la sua posizione strategica per dominare dall’alto la parte terminale del lago d’Iseo, le fortificazioni di Sarnico e le strade di accesso al punto di traversata con la sponda bergamasca.

In completo disuso da oltre quattro secoli, oggi il castello si presenta architettonicamente assai degradato e non accessibile. In mancanza delle opportune indagini stratigrafiche, la datazione del manufatto, del quale non si hanno riscontri documentari prima del 1276, può essere collocata tra XII e XIII secolo, quale probabile evoluzione di un precedente insediamento arroccato sulla collina per ragioni di carattere difensivo. I signori del luogo, principalmente i Lanteri de Paratico, ne iniziarono la costruzione e gestirono la struttura in regime di comproprietà. Si ha una descrizione compiuta nel 1279, nel Designamento (elenco delle proprietà) di Lanterio: l’insediamento fortificato vi appare essenzialmente diviso tra la chiesa di Santa Maria, il monastero di San Faustino e le famiglie signorili Lanterio, Vithotti e Fancone.

La struttura difensiva è piuttosto elementare, costituita da un mastio e da una cortina muraria, nella quale è riconoscibile nella parte sud un ampliamento di una cerchia più antica. Gli edifici superstiti di maggior rilievo si trovano addossati alla cortina muraria nella parte nord.

Il corpo di fabbrica più antico è rappresentato da una grande torre in pietrame, della quale si conserva sostanzialmente intatto il volume originario, articolato su quattro livelli, che doveva raggiungere al filo di gronda quasi 15 m di altezza.

Direttamente sul lato orientale della torre si addossa un edificio di sagoma più bassa e allungata identificabile con il tipo del palatiolum ben diffuso nei secoli del basso Medioevo nel territorio pedemontano e nelle valli dell’area bresciana e bergamasca.

Le caratteristiche strutturali delle murature consentono un’attribuzione della torre a un periodo compreso tra il XII e il XIII secolo e un’assegnazione del palazzetto, per la presenza di aperture a sesto acuto, a un momento decisamente più tardo nel corso del XIV secolo.

Immediatamente a sud di questa zona si trovava, sulla base delle informazioni desunte dal Designamento di Lanterio, la chiesa di San Silvestro costruita a ridosso della cortina muraria. Ancora oggi un rialzo della muratura segnala la posizione dove si ergeva la chiesa.

L’accesso principale al castello è situato nella zona sud-est protetto da una torricella a pianta quadrangolare, ancora conservata parzialmente in alzato, nella quale si apre una porta con stipiti in pietra lavorata e arco a sesto acuto.

Secondo il Designamento in prossimità della porta d’ingresso al castello vi era quasi certamente una piazza ombreggiata da alcuni olmi e un piccolo slargo che ospitava la cisterna dell’acqua potabile.

Inoltre la superficie interna alla cinta muraria, oggi completamente libera e coltivata a vigneto, era organizzata in tre isolati allungati da nord a sud. Gli edifici ospitavano cantine-deposito, fienili, aie e strutture porticate. Tali strutture di tipo rustico inducono a riconoscere nel castello di Paratico una di quelle fortificazioni di difesa temporanea, a regime giuridico multiproprietario, che ebbero una larghissima diffusione nella pianura e nel pedemonte di tutta l’Italia settentrionale e centrale tra X e XV secolo.

Questi edifici, connotati da caratteristiche spiccatamente rustiche, erano destinati fondamentalmente alla conservazione in luogo protetto dei prodotti agricoli e venivano abitati dalla popolazione residente nel villaggio o nel territorio circostante normalmente solo in occasioni di crisi e di pericolo.

La leggenda conservatasi nella tradizione popolare vuole che Dante Alighieri sia stato ospite nel castello Lantieri durante le sue peregrinazioni da esule.

 

Angelo Valsecchi

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Percorso attraverso la storia, l’arte e la spiritualità di Brescia, dall’età preistorica a quella moderna. É unico in Europa per la collocazione: è ospitato, infatti, in un monastero fondato da Desiderio, re longobardo, e da sua moglie Ansa, costruito sui resti di domus romane preesistenti. Il monastero di San Salvatore (intitolato successivamente a Santa Giulia) aveva proprietà in Franciacorta, che sono documentate fin dal 766 (diploma di Adelchi). Il complesso museale comprende la basilica di San Salvatore, l’oratorio di Santa Maria in Solario, la chiesa quattrocentesca di Santa Giulia e i chiostri rinascimentali. Ospita periodicamente importanti mostre d’arte.

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Costruzione del XVI secolo. Conserva opere di importanza notevole di autori come il Romanino e Pietro Marone. Opera pittorica di importanza storica è il lavoro di Grazio Cossali sui fatti della vita di S. Carlo Borromeo che conobbe personalmente.

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Il Santuario della Madonna dell'Avello sorge sul colle di Cerezzata, frazione di Ome, risale al sec. XVI.
La statua della Beata Vergine Maria in pietra locale dipinta è ritenuta “l'immagine della Madre di Dio più antica in terra bresciana” (Padre Murachelli, 1956). Le pareti interne del Santuario sono decorate di un prezioso ciclo di affreschi della prima metà del Cinquecento (1510-1534).
Nel corso dei secoli il Santuario subì ampliamenti e trasformazioni. Nel settecento fu addirittura mutato il suo orientamento con un giro di 180 gradi della struttura onde consentire la capienza dei devoti accorrenti da ogni parte del bresciano per festeggiare l'8 settembre, ricorrenza della Natività della Beata Vergine Maria, cui è dedicato il Santuario.

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Tutto ebbe inizio il venerdì 8 luglio 1519, quando un pastorello sordomuto di Adro di nome Gian Battista Baioni, figlio di Martino, se ne tornava in paese raccontando dell’incontro con una misteriosa Signora vestita di bianco che gli aveva affidato un messaggio per la sua gente.

L’evento era accaduto in una località chiamata «La Cava» per l’abbondante presenza di sabbia, in territorio di Adro, ma allora confinante con Nigoline e Torbiato, a un chilometro e mezzo dalla chiesa parrocchiale. Il posto era chiamato anche «Oneto» per la lussureggiante e fitta vegetazione di ontani e l’abbondanza di acque sorgive.

La testimonianza più significativa che descrive il fatto dell’apparizione si trova in una lettera inviata da Venezia il 3 ottobre 1772 al custode del Santuario. Un documento desunto da un libro molto antico, che si rifà a «esatti processi» anteriori.

Gli abitanti di Adro subito diedero credito al pastorello recante il messaggio della Madonna. Era nota a tutti, infatti, la disabilità del ragazzo, che adesso parlava e sentiva correttamente. La lingua «materna» l’aveva imparata direttamente dalle labbra di Maria!

Immediatamente deliberarono per la costruzione del Santuario voluto dalla Madonna, proprio nel luogo dove lei era apparsa. Nel 1520, un anno dopo l’apparizione, la chiesetta era già una realtà.

Il decreto del 19 dicembre del 1520 redatto dal rev. Francesco de Caperoni concede il giuspatronato sulla chiesa e il diritto di nomina e di presentazione del rettore alla Curia per l’investitura canonica della chiesa stessa e del beneficio semplice annesso. Tale diritto è riaffermato nelle bolle di investitura a rettore di don Filippo Marzoli (1553) e di don Francesco Pontoglio (1611).

La chiesetta era rivolta a notte. Tre finestre davano la luce: due alle pareti laterali e una, un poco più in alto, sulla porta centrale. Questa porta si apriva su un piccolo spiazzo, mentre una seconda a sinistra dava sulla strada comunale. Due stemmi della Comunità di Adro campeggiavano nella chiesa: «uno nel coro e l’altro sulla porta grande in fondo della chiesa» ben visibili fino ai primi decenni del ‘700. C’erano anche tre altari: il maggiore e due ai lati dell’unica navata. Addossati a destra del coro c’erano: la piccola sagrestia, il campanile e la stanza dell’eremita, addetto alla custodia della chiesa.

Il card. Durante Duranti, vescovo di Brescia (1552-1558), concessee l’indulgenza di 100 giorni per ogni visita al Santuario. Il decreto dell’indulgenza, come attesta il capomastro Andrea Porta era scritto «sopra le due nicchie laterali» della chiesa che vennero coperte con calce, come i due stemmi della Comunità di Adro, per ordine del rettore don Francesco Zini (1711-1722). Non si parla dell’apparizione, ma la concessione dell’indulgenza rileva l’importanza ben presto assunta dal piccolo Oratorio.

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Il santuario è ubicato nel punto più panoramico del colle detto Monte della Madonna. Secondo la tradizione popolare il tempio fu edificato sul luogo dove avvenne la miracolosa apparizione della Vergine ad un contadino assetato al quale indicò la fonte per dissetarsi. Sul luogo dove apparve la Madonna fiorì inoltre un roseto.

L’architettura della chiesa richiama strutture simili del XV secolo: presbiterio rettangolare voltato, aula unica con tetto a capanna sorretto da archi traversi. Al XVI secolo risale la costruzione del campanile e del protiro antistante l’ingresso e la cappella del lato sud.

All’interno del santuario sono presenti affreschi realizzati cronologicamente dal XV al XVIII secolo. Il più prezioso è la Madonna in trono col Bambino e la Trinità realizzato nell’ultimo quarto del XV secolo e probabile frutto di una committenza di prestigio. Si tratta della raffigurazione della Trinità sul lato destro, associata sul lato sinistro alla Vergine con il Bambino, composizione che iconologicamente si chiama Quaternità mariolatrica. Nel 1833 le truppe austriache che vi erano accampate dovettero abbandonare il santuario perché l’acqua del pozzo si era esaurita. Una volta allontanati i soldati, pare che l’acqua, come si racconta nella tradizione popolare, sia ritornata nella sua sede naturale.

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Si trovano ai margini della Franciacorta, dove le colline si innestano nel lago d’Iseo. Oasi naturalistica dichiarata di interesse internazionale, unica nel suo genere in Europa, Riserva Naturale della Regione Lombardia dal 1983, le torbiere si estendono con i loro specchi d’acqua e la loro vegetazione palustre per circa 360 ettari: le si visita seguendo camminamenti e passerelle in legno che ben si integrano col paesaggio. Il luogo migliore per poterle ammirare con un solo colpo d’occhio è il cortile del monastero di San Pietro in Lamosa, a Provaglio d’Iseo. Le Torbiere sono un ambiente particolarissimo che si è creato gradualmente dalla fine del 1700 alla metà del 1900, in seguito all’estrazione della torba, usata come combustibile. L’attività di scavo ha dato origine alle numerose vasche ancora oggi visibili, dove hanno trovato il loro habitat naturale centinaia di uccelli e di piante palustri. E così, oggi, le Torbiere sono circondate da fitti canneti con giunchi e tife, punteggiati da radi alberi, mentre gli specchi d’acqua sono ricoperti da ninfee (in piena fioritura da maggio a settembre) e nannufari. Fra i moltissimi uccelli che vi vivono indisturbati, vi nidificano ben 25 specie di palude, come l’airone cinerino, lo svasso maggiore, l’airone rosso, il cormorano, il mestolone, il falco di palude e il nibbio bruno.

Orari e costi di accesso alla Riserva http://www.torbieresebino.it/orari-e-costi/

Per gruppi di persone in numero superiore a 8 è obbligatorio accedere alla Riserva accompagnati da una guida autorizzata della Riserva; le visite possono essere prenotate contattando le singole guide (trovate l’elenco nella pagina dedicata). È consentito l’ingresso esclusivamente nella zona della Lama.

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Domina il paese di Adro l'alta torre in pietra viva, a merli ghibellini e larga base tetragonale, la quale con l'antico castello di cui rimangono i ruderi dell'ingresso del ponte levatoio, faceva parte del sistema difensivo medioevale.

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La Torre Lantieri venne realizzata dalla famiglia Lantieri presumibilmente nel XIV secolo, insieme ad alcune case-forti adiacenti, racchiuse da un muro difensivo. La sua costruzione sembra infatti essere riferita a Giacomo Lanfranchino, voluta come ampliamento dell'apparato fortificato del paese, negli ultimi anni del 1300. Si presenta ben conservata nella sua compagine strutturale e mostra quasi integralmente l'architettura medioevale originaria.

L'aspetto esterno dell'edificio, realizzato in pietra arenaria di provenienza locale, è molto severo, ingentilito solo dalla presenza di alcune finestrelle centinate di pregevole fattura.

Si articola su quattro livelli ed è stata edificata su uno sperone roccioso, al fine di agevolarne la funzione difensiva. L'ingresso principale era collocato al piano terra della parete nord, costituito da portale di notevole fattura con arco a pieno centro contrassegnato in chiave dallo stemma gentilizio della famiglia Lantieri. Il piano terra coperto da una volte a botte in pietrame a sesto leggermente acuto, fungeva nel Medioevo soprattutto da cantina e deposito. Al livello superiore si accedeva internamente solo tramite una botola aperta nella volta, mentre dall'esterno per mezzo di una scala di legno, ricostruita in seguito con gradini monolitici in pietra.

La Torre, utilizzata per lungo tempo come abitazione, è oggi di proprietà comunale.



A seguito di un importante intervento di restauro conservativo conclusosi alla fine del 2009 su committenza del Comune di Paratico, a piano terra dell'edificio è stata collocata una Quadrisfera, istallazione innovativa di cui ne esistono solo altri tre esempi in Italia (una è al CNR), pensata espressamente per coinvolgere il visitatore in un'esperienza totalizzante di immagini, suoni ed emozioni. Il visitatore entra in una piccola stanza oscurata e nel momento in cui la Quadrisfera si accende, si trova letteralmente parte di un nuovo mondo, fatto di immagini moltiplicate all'infinito, grazie ad un sistema di specchi e di luci che sembrano incorporare il visitatore stesso in questo cosmo di colori, luci, suoni e immagini. E' difficile descrivere l'effetto con le parole, tanto che la vastità della sfera toglie per un attimo il fiato…


Orari: Singoli visitatori tutte le domeniche ore 14-17 (dal 1 Ottobre al 31 Maggio); 16-19 (dal 1 Giugno al 30 Settembre). Gruppi e scuole tutti i giorni previa prenotazione. Possibilità di organizzare visite guidate e itinerari sul territorio.

Costi: € 2,00 intero; € 1,50 ridotto (gruppi minino 15 pax); gratuito fino a 16 anni e sopra i 65.

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Aperta su prenotazione con congruo anticipo; visite guidate in lingua italiana, inglese e francese.

Ingresso gratuito

Info e prenotazioni: T. 338 2124690 Assessore Silvia Borra (contattabile dal lun. al ven. 10.30 – 12.30)

 

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348 0535825

http://www.villafassati-barba.com/

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Villa Fassati Barba, elegante e raffinata dimora del XVIII secolo, è situata nel cuore della Franciacorta. 

Questa è la casa madre di quel ramo tanto illustre dell’antica famiglia Fenaroli che ha brillato per numerose e belle residenze in tutta la provincia di Brescia.

Dal parco secolare della Villa, caratterizzato da uno stagno centrale e maestosi pini, è possibile ammirare il castello medioevale di Passirano circondato da dolci colline tessute di vigneti. Il complesso della villa e del castello forma un insieme assai piacevole ed elegante di residenza signorile.

Villa Fassati Barba è il luogo ideale per matrimoni indimenticabili: il grande parco esterno e le eleganti sale della dimora settecentesca sono lo scenario ideale per il grande giorno. Ma anche feste, cene di gala e meeting aziendali trovano perfetta collocazione in questa antica e nobile casa.

Visite guidate alla Villa su prenotazione.

 

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